63° FESTIVAL DI LOCARNO: PARDO D'ONORE AD ALAIN TANNER
Incontro con il noto regista svizzero, a cui il festival ha reso un particolare omaggio
Alain Tanner, classe 1929, è uno dei più grandi registi svizzeri. Apprezzato più all’estero che in madre patria, ha regalato alla storia del cinema delle vere perle come "Charles morto u vif" (1969, Pardo d’Oro al Festival di Locarno), "La salamadra" (1971), "Jonas che avrà vent’anni nel 2000" (1976), "Terra di nessuno" (1985) e "L’homme qui a perdu son ombre" (1991), solo per citarne alcune.
Filo conduttore delle sue opere è la contestualizzazione e la riflessione socio-politica.
Ora Tanner ha smesso di fare cinema, ma nessuno l’ha dimenticato e infatti il 63° Festival del film Locarno ha deciso di rendergli omaggio con un Pardo d’Onore alla carriera.
Noi di MilanoFestival l’abbiamo incontrato…
Felice di essere tornato a Locarno?
"Si, sono lieto di essere qui anche perché c’è una lunga storia che mi lega al Festival: pensate che venni qui per la prima volta nell’ormai lontano 1962, quando si teneva ancora nel parco del Grand Hotel. Locarno è un bel posto, pieno di energia ed è soprattutto un festival di dimensioni umane."
Cosa ci dice del periodo in cui iniziò a fare cinema?
"Ho avuto la grande fortuna di vivere un’epoca particolare, in cui il cinema aveva un forte peso non solo artistico ma anche sociale. Io ho iniziato con corti e reportage televisivi di carattere socio-politico, l’ultimo dei quali a Parigi in pieno ‘68. Quest’ultimo è stato un punto di svolta, perché arrivò la possibilità di fare un film che parlasse di avvenimenti pubblici. A caratterizzare la mia carriera è stato proprio il lavorare in sincrono con la realtà. Nel 2004 invece, per la mia ultima pellicola (che ho presentato proprio qui a Locarno) ho cambiato prospettiva, mettendo al centro una riflessione sulla gravità e la leggerezza. Purtroppo non andò molto bene al botteghino e così, dopo 50 anni di carriera, ho deciso di ritirarmi: non avevo più voglia di lottare contro il sistema."
Ci parla del suo rapporto con la Svizzera?
"Non ho mai fatto mistero di non amare molto il mio paese. Fin da adolescente desideravo scappare e, appena è stato possibile, mi sono trasferito negli Stati Uniti e comunque sempre viaggiato per realizzare i miei film, che venivano sempre finanziati da produttori stranieri (riuscivo persino a girarne uno ogni 18 mesi). Ma comunque deve essere una cosa reciproca, perché anche la Svizzera non ha mai apprezzato veramente il mio cinema."
A differenza dell’Inghilterra, dove è entrato in contatto con la corrente Free Cinema…
"Si, negli anni’50 sono sbarcato in Inghilterra, dove Lindsay Anderson e Tony Richardson, che avevano dato vita a questo movimento che andava contro il sistema, troppo reazionario. Io mi sono trovato sulla loro stessa lunghezza d’onda e devo dire che, di conseguenza, a Londra mi trovavo perfettamente a mio agio, molto più che a Parigi dove secondo me gli intellettuali anarchici tendevano un po’ verso la destra."
Ma in Svizzera poi non è proprio più tornato a girare?
"Ho fatto qualcosa a Ginevra, ma lì sembra esserci da sempre un mondo a parte."