63° FESTIVAL DI LOCARNO: "SAÇ" ("HAIR")
Tayfun Pirselimoglu ci presenta il suo film, in concorso
Siamo ad Istanbul. Hamdi passa tutto il giorno in quella che è la sua bottega-casa, dove prepara e vende parrucche. E’ malato terminale, ma nonostante questo continua a fumare, forse per vizio o forse per combattere altri mali come la solitudine e la noia.
Un giorno entra nel suo negozio Meryem, una donna intenzionata a vendere i suoi lunghissimi capelli. Da quel momento lei diventerà la sua ossessione.
Ironico, triste e silenzioso: questi i tre aggettivi che meglio definiscono "Saç" (in inglese "Hair"), film di Tayfun Pirselimoglu, presentato al 63° Festival del film Locarno nel "Concorso Internazionale".
Noi di MilanoFestival abbiamo incontrato il regista turco…
Si può dire che "Saç" termini in qualche modo una trilogia, iniziata con "Riza" e "Pains in Autumn"?
"Quando ho iniziato Riza non avevo in mente la possibilità di una trilogia, l’idea è arrivata mentre stavo girando. Il filo conduttore è il racconto di storie con protagoniste persone normali, quelle a cui non si presta attenzione ma che vivono spesso i veri drammi. In tutti e tre convivono sofferenza e ironia, caratteristiche che si ritrovano anche nella città di Istanbul dove sono ambientati."
Che ruolo ha Istanbul in "Saç"?
"Ha un ruolo molto importante, l’ho considerata come se fosse un personaggio. Quella che mostro non è l’Istanbul che solitamente si mostra ai turisti, ma quella vera."
E l’idea dei capelli com’è venuta?
"A parte il fatto che i capelli sono per alcune tradizioni e religioni un elemento importante (in quella islamica, per esempio, le donne non li devono mostrare), mi piaceva l’idea di collegare le persone attraverso dei fili di capelli: una li vende, l’altro li compra e l’altro ancora è preoccupato perché diventano bianchi e li sta perdendo. E’ su questo rapporto che ho cercato di articolare la storia."
In Turchia esistono davvero negozi come quello di Hamdi?
"Si e tra i clienti principali troviamo travestiti e donne che devono nascondere il proprio velo. In Turchia (come in Francia) le donne con il velo non possono infatti andare all’università o lavorare in luoghi pubblici."
Nel suo film ci sono pochissimi dialoghi, come mai?
"Ho sempre preferito esprimermi con le immagini piuttosto che con le parole. Poi in questo caso volevo, attraverso il silenzio, sottolineare la solitudine dei personaggi e la loro difficoltà a comunicare."
Ci dice qualcosa sui nomi dei due protagonisti?
"Non li ho scelti a caso: Hamdi tradotto significa Mosè ed è quindi immortale, mentre Meryem significa Maria e quindi sempre innocente."
Una curiosità: l’attore che interpreta Hamdi è un fumatore come il suo personaggio?
"Si, è un fumatore incallito: approfittava dei vari ciak per fumare una sigaretta dietro l’altra!"